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Pubblichiamo una recensione di Matteo Nucci, uscita sul «Messaggero», su «Il colosso d’argilla» di Budd Schulberg (66th and 2nd) e «Il professionista» di W.C. Heinz (Giunti).

“Un mondo di odori aspri e pungenti, un fetore selvatico e viziato in cui si mescolano sudore e pomate, magliette usate, sigari da quattro soldi e un ammasso di corpi,alcuni coperti, altri no, stipati dentro una stanza evidentemente priva di impianti di ventilazione”. Esiste ancora, questo mondo. Forse non finirà mai, il mondo delle palestre dove si costruiscono pugili, e gli odori resteranno sempre gli stessi. Tutti sanno però che nel nuovo millennio qualcosa è inesorabilmente cambiato. Lo sport è tra i più antichi. Alcuni credono di vederlo raffigurato addirittura in graffiti che affondano nell’oscurità del III millennio a.C. e certo Omero lo racconta nell’VIII a.C. e gli scultori antichi ne danno ampie testimonianze (su tutti il “pugile a riposo” della scuola di Lisippo, al Museo nazionale romano). Eppure quella che fu ribattezzata “nobile arte”, dopo il secolo d’oro del Novecento, con l’esplosione del pugilato americano, soffre di un’evidente malattia di decadenza. Fortuna che la letteratura si sia spesa sull’argomento e che ci siano libri per molti anni ignorati in Italia che finalmente arrivano in traduzione. Quel che è capitato, in questi mesi, con Il colosso d’argilla di Budd Schulberg (66th and 2nd, pp. 411, euro 20) e Il professionista di W.C. Heinz (Giunti, pp. 367, euro 12), due romanzi capaci di raccontarci splendori e miserie di un mondo unico.

Grazie a una coincidenza del tutto casuale, peraltro, i due libri non hanno solo la boxe in comune. In entrambi i casi, la voce narrante è quella di un giornalista spedito alla corte di un pugile che si prepara a dare l’assalto al titolo, immerso fino al collo in un contorno di impresari, allenatori, figuranti, sparring partner, ammiratrici, esperti, criminali e così via. Solo che in un caso il giornalista è uno scrittore fallito al soldo di un impresario senza scrupoli e nell’altro il giornalista è forse un futuro scrittore che dovrà raccontare in un lungo reportage la fatica della preparazione pugilistica. Entriamo così in contatto con i due aspetti polari più potenti della “nobile arte”: la grande dedizione e il grande imbroglio. E su questo si divaricano le due opere. Schulberg racconta l’imbroglio, Heinz la dedizione. Schulberg racconta l’imbroglio di una carriera decisa a tavolino e montata sull’enorme stazza del pugile che viene spedito a vincere incontri regolarmente truccati a sua insaputa. Heinz racconta minuziosamente i giorni di preparazione fisica e psicologica di un campione serio e rigoroso, che con la sua professionalità dà il titolo al libro.

La storia raccontata da Schulberg la conoscono bene tutti quelli che hanno visto il film omonimo, l’ultimo di Humphrey Bogart, un libero riadattamento della carriera pugilistica di Primo Carnera. Girato nel 1956, il film seguì di soli nove anni la pubblicazione del libro. Del resto Budd Schulberg sarebbe stato ricordato più come sceneggiatore che come scrittore, benché almeno due altre sue opere meritino parecchio: l’esordio Perché corre Sammy? ispirato alle durezze della macchina hollywoodiana (il padre di Schulberg era un potentissimo produttore) e I disincantati, un bellissimo ritratto di Francis Scott Fitzgerald, idolo letterario di Schulberg e da lui conosciuto durante un fallimentare tentativo di scrivere assieme per Hollywood. Quanto al suo lavoro di sceneggiatore, Schulberg si conquistò riconoscimenti di ogni genere, e su tutti l’Oscar per il celebre Fronte del porto. Il suo romanzo sulla boxe, magnificamente tradotto da Giuliano Boraso, è un’altra piccola perla: il lettore è costretto a partecipare all’atroce sfruttamento di un ragazzone che arriva dall’Argentina, “El Toro” Molina, ribattezzato anche “Il colosso delle Ande”. Le bassezze a cui si spinge l’impresario, Nick Latka, sono innumerevoli. E mentre ci vediamo sfilare davanti personaggi di ogni genere, seguiamo la crisi sempre più drammatica del narratore che cerca – regolarmente senza riuscirci – di chiudere una volta per tutte con il pugilato e le nefandezze a cui è costretto.

W.C. Heinz invece fu uno dei migliori giornalisti sportivi della sua generazione e forse per questo l’alter ego che mette in scena nel libro è più osservatore e meno giudice rispetto al narratore di Schulberg. Esperto di baseball, cavalli e soprattutto pugilato, Heinz punta tutto sull’immediatezza di dialoghi per dipingere i caratteri senza mai descriverli . Due i personaggi principali: l’aspirante al titolo, il campione professionista dal nome comune: Eddie  Brown e il suo allenatore, Doc, il saggio, vecchio, duro e sapiente, pieno di dolce cinismo, nascosto dietro una scorza che dovrebbe proteggerlo dal pericolo di cadere nelle trappole del successo. Tradotto da Roberto Serrai, il libro fu stroncato dal Time e lodato da Hemingway, che scrisse all’autore di non preoccuparsi per quanto ne scrivevano: “i critici, per lo più, non capiscono granché”. Secondo lo scrittore americano, chiaro maestro di stile per Heinz,  Il professionista era “l’unico bel romanzo sulla boxe mai letto”. Elmore Leonard avrebbe confermato il giudizio di Hemingway in pagine che vengono ora pubblicate nell’introduzione, riconoscendo a Heinz il suo debito: “C’è voluta la rilettura del Professionista per capire con chiarezza da dove vengo, come scrittore”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie). I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
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Un commento a “Gloria e fetore della noble art. Le mitiche sfide del pugilato in due romanzi che hanno come voce narrante un giornalista”
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Composizione e istruzioni di lavaggio

Materiale parte superiore: Tessuto

Rivestimento: Finta pelle

Soletta: Similpelle

Suola: Materiale sintetico

Fodera: Senza imbottitura

Dettagli prodotto

Punta: Aperta

Tipo di tacco: Tacco largo

Chiusura: Fibbia

Fantasia: Monocromo

Dettagli: Elastico interno

Codice articolo: NED11A08G-E11

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